domenica 31 gennaio 2010

la Medicina Omeopatica (Homöopathie)

Come spesso succede, anche nella scoperta del principio omeopatico di guarigione, il caso ebbe un ruolo determinante. Due secoli orsono, il medico ricercatore e chimico Christian Samuel Friedrich Hahnemann (1755-1843), durante la traduzione di un’opera medica dall’inglese al tedesco (la Materia Medica di Cullen), riscontrò una descrizione confusa degli effetti della corteccia di china, secondo cui la china avrebbe avuto capacità di guarire la febbre malarica stimolando l’attività gastrica. Egli rimase colpito dall’osservazione che i lavoratori della corteccia di china (allora utilizzata per preparare ricostituenti) accusavano disturbi molto simili ai sintomi della febbre malarica.

Partendo da queste osservazioni il dott. Hahnemann prese la decisione di provare su se stesso gli effetti della corteccia di china. Fu quello il primo esperimento farmacologico che dette l’avvio ad un nuovo metodo di ricerca d’importanza basilare: la farmacologia sperimentale.

Il dott. Hahnemann si somministrò per alcuni giorni, 2 volte al dì, 4 pizzichi di buona china (2 dracme, pari a 25,5 gr); come testualmente scritto, si verificò quanto segue: “I piedi, le punte delle dita… prima si raffreddarono, ero fiacco e stanco, poi il cuore cominciò a pulsare, il polso era duro e veloce, c’era un’angoscia insopportabile, un tremore (ma senza brivido) e una fiacchezza in tutte le membra; poi sentii battere alla testa, rossore alle guance, sete, in breve tutti i sintomi della febbre intermittente tipica della malaria apparvero uno dopo l’altro, ma senza brividi febbrili veri e propri”.

Il dott. Hahnemann così conclude: “Questo parossismo durava 2-3 ore ogni volta e si rinnovava ripetendo la somministrazione; smisi e vidi che ero guarito”.

In seguito Hahnemann provò molte altre sostanze sia su stesso sia su altri soggetti sani con il suo metodo sperimentale che chiamò “sperimentazione farmacologica omeopatica o patogenesia”.

Dopo innumerevoli prove, arrivò alla conclusione che tutte le sostanze da lui studiate provocavano nell’uomo sano un effetto simile ad una malattia. Il dott. Hahnemann chiamò questo stato patologico “malattia da farmaco”. I sintomi rilevati provocati da una stessa sostanza su individui diversi, furono raccolti da Hahnemann col nome di “quadro farmacologico della sostanza sperimentale o Materia Medica della sostanza”.

A questo punto Hahnemann cominciò ad utilizzare sui malati i rimedi sperimentati, nei casi in cui il quadro patologico presentato dal paziente corrispondeva al quadro del farmaco o, au contraire, quando i sintomi della malattia rappresentavano l’immagine riflessa dei sintomi provocati dal medicinale.

Questo principio della similitudine in Omeopatia è tuttora valido.

Nell’utilizzo pratico di questo principio Hahnemann arrivò alla conclusione che la somministrazione delle sostanze originarie, troppo concentrate (o velenose), provocava nel malato un peggioramento iniziale che corrispondeva ad un’esacerbazione di tutte le manifestazioni della malattia. Questa osservazione portò all’applicazione del principio di diluizione ( o delle dosi infinitesimali), ossia della somministrazione del farmaco in concentrazioni attenuate.

Il dott. Hahnemann chiamò il nuovo principio curativo col termine “omeopatia” perché si basava sulla regola del simile (similia similibus curentur).

Nel 1796 pubblicò sulla rivista specialistica “Hufeland Journal” (allora molto rinomata) la sua opera diventata famosa “Prove sul nuovo principio per la ricerca di virtù terapeutiche nelle sostanze medicinali, con particolare attenzione a quelle finora utilizzate”. Tale pubblicazione è considerata il battesimo dell’omeopatia.

Il suo lavoro metodico e geniale avvicinò al dott. Hahnemann molti sostenitori. Fu chiamato all’Università di Lipsia dove insegnò per 10 anni. Più tardi fu medico personale dei duchi Auhalt a Dessau e Köthen. Infine trascorse gli ultimi anni della sua vita a Parigi, continuando ad esercitare la professione medica fino alla sua morte. E’ sepolto nel cimitero parigino di Père Lachaise.



fonte : www.uninamed.it

sabato 2 gennaio 2010

il Medico di paese di una volta: il dott. Andrea Mattis

In questo piccolo intervento a cavallo tra vecchio e nuovo anno, momento di grande rilievo esoterico (il passaggio dall'accorciamento all'allungamento delle giornate, la morte e rinascita delle stagioni, della vita, il Natale, che assieme al Capodanno richiedono una strana doppia vigilia e doppio pranzo), rimaniamo con toni semplici, raccontando della storia semplice di un medico di paese, in era preantibiotica, realtà che qualunque medico almeno per un po' nella sua vita desiderebbe vivere..


La casa di Andrea Mattis è stata utilizzata in passato dal comune di Quadrelle (AV) come sede del Municipio e delle Scuole materne ed elementari. Andrea Mattis rappresenta infatti per Quadrelle, piccolo comune arroccato alle pendici dei Monti d'Avella, nell'entroterra Campano, una figura importante come medico chirurgo, patriota, scrittore e poeta. Nato a Quadrelle nel 1806 da famiglia piccolo borghese, dopo essersi laureato a Napoli (dove frequentò la facoltà di Belle Lettere e Filosofia e successivamente quella di Medicina e Chirurgia), fece ritorno al borgo natio, per svolgervi la professione di medico. Tuttavia, continuò a coltivare la sua passione per le lettere ed a voler fortemente l'unità d'Italia. Le sue opere, che riflettevano tali idee, erano note non solo a Napoli, ma persino a Pavia, in Francia ed in Inghilterra. Per le sue idee, venne schedato dalla polizia borbonica come "acceso liberale". Nei suoi testi compromettenti, nascosti in tempo da un suo nipote della famiglia Pagano, il Mattis descriveva la sconsiderata sete di potere dei cortigiani di Ferdinando II, attenti ai propri interessi e non a quelli del popolo e dei sacerdoti, dimentichi della missione sacerdotale e divenuti preti dei Borboni. Le sue idee in merito alla causa dell'Unità d'Italia gli fecero patire il carcere politico a Baiano e Caserta. Purtroppo, non ebbe il tempo di godere della gioia dell'unità d'Italia, poichè la notte del 7 maggio 1861, una banda di briganti, che si nascondeva sulle montagne del Partenio, invase il paese ed assaltò il posto delle guardie in piazza Plebiscito, impossessandosi delle armi. I Quadrellesi furono presi dal panico e si barricarono in casa, facilitando quanto i briganti avevano in mente: rapire Mattis, che odiavano per le sue idee liberali. Penetrarono nel suo palazzo, lo colsero nel sonno e, senza rubare nulla, lo catturarono. Nello sbandamento generale, vi fu chi comunque corse ad avvisare il comando militare al Cardinale. Altri informarono del fatto la nobile famiglia Pagano, molto legata ai Mattis. Don Gennaro Pagano, pensando erroneamente ad un rapimento a scopo di estorsione, consegnò tutto il danaro che aveva in casa ad un suo colono, Benedetto D'Apolito, con l'incarico di raggiungere i banditi e pagare il riscatto. Purtroppo, il colono non potè far altro che avvisare le autorità, essendo venuto a sapere che la lunga fuga dei banditi era finita tragicamente per il Mattis, il quale era stato abbandonato in fin di vita, all'inizio del Bosco Cupole, dove ora il suo corpo giaceva cadavere. Mentre si faceva buio, il cadavere del Mattis venne trasportato al suo palazzo dai Bersaglieri venuti da Mugnano (erano di stanza al Cardinale). Il giorno seguente il comandante della sopraggiunta forza pubblica, adirato verso i Quadrellesi per non essere intervenuti, era risoluto nella fucilazione non solo dei briganti (poi catturati, ed il capo, Angelo Bianco, detto "Turri Turri" fucilato), ma anche degli stessi paesani ritenuti conniventi. Fu solo grazie all'intervento della signora Maria Gaetana Lucente Mazzarelli che fu possibile indurre alla ragione il milite.Il corpo di Andrea Mattis fu portato nella chiesa parrocchiale dell' Annunziata di Quadrelle, nella tomba della famiglia Pagano, prima di essere definitivamente tumulato nel cimitero. Durante la rassegna artistica Artènot il Comune di Quadrelle, in suo onore, promuove il Premio Poesia "Andrea Mattis".


si ringraziano per il contributo i discendenti della Famiglia Pagano.

venerdì 27 novembre 2009

Il Rinascimento in Medicina: Andreas Vesalius

Dopo aver parlato del grande buio medievale, per l'arte e soprattutto per la scienza medica, in quest' articolo affrontiamo la rinascita delle arti e degli studi, della scienza, che avvenne in Europa nel Cinquecento, e che in Medicina ebbe la veste principale in Vesalio: egli è l'autore di DE HUMANI CORPORIS FABRICA, il primo trattato completo e corretto di Anatomia della storia, nonché autentica opera d'arte per i bellissimi disegni del corpo umano. Il contenuto rivoluzionario dell' opera va attualizzato nell'epoca; in tutto il medioevo, sia nel mondo cristiano che in quello arabo ed ebreo, sia ai tempi della medicina monastica che nella scuola di Salerno che nelle Università, né la scienza che studia il corpo umano si è evoluta rispetto alle spiegazioni di Galeno né la pratica medica è cambiata rispetto a quella del leggendario Ippocrate: non i loro inviti a rispettare i propri sensi, le evidenze logiche hanno caratterizzato il pensiero medico successivo, piuttosto l'arida ripetizione delle loro obsolete scoperte e tecniche aveva guidato per oltre 1500 anni il mondo medico. Il Rinascimento, però, è proprio il momento in cui vengono ripresi il pensiero ed il modello comportamentale classici, ed invece abbandonati i suoi effetti e dogmi: Vesalio guarda la Anatomia con i proprio occhi, come suggeriva Galeno, pur dovendone segnalare errori, e non adattava la sua osservazione a quella del maestro. Vesalio è fiammingo, nasce nel 1514 in Belgio, in una famiglia di medici importante e agiata. Studia a Parigi, dove descrive le lezioni del Silvio (quello dell'Acquedotto) pesanti e aride. E' di impeto curioso, da buon anatomista anche macabro, non sfuggendo a scorribande notturne in luoghi d'esecuzione e cimiteri, pur di procurarsi materiale per cui studiare. E' profondamente innamorato della professione medica, la più sacra delle arti, e ritiene indispensabile per meglio praticarla la conoscenza del corpo umano. Il suo interesse per la materia non veniva soddisfatto dal suo insegnamento, che consisteva in una pedissequa ripetizione delle lezioni di Galeno, effettuando 1-2 volte l'anno delle imprecise dimostrazioni anatomiche. Giovane brillante, inizialmente ben voluto dal suo illustre professore Silvio, si reca a Bologna e poi a Padova per continuare i suoi studi e diventare professore. Allora Padova aveva una atmosfera decisamente più moderna e ecumenica, per via della vicinanza di Venezia, più pronta a ricevere le sue scoperte. Con molta solerzia, dopo decine e decine di dissezioni anatomiche, cominciò a rendersi conto dell'errore principale dell'anatomia che veniva allora spiegata: le osservazioni di Galeno vennero effettuate su cadavere di scimmia e non di uomo. Quindi diede una veste completamente nuova all'anatomia: risolse molte delle imperfezioni di Galeno, nei pochi anni di insegnamento a Padova diede una importante ventata di modernità, insegnando l'Anatomia ai tanti studenti, di nuova generazione, pronti a raccogliere i suoi insegnamenti e curiosi, e soprattutto si adoprò per scrivere un libro di Anatomia, completo di tante illustrazioni, le più famose Tavole, e con l'aiuto dei migliori addetti di stampa dell'epoca, a Basilea, prese corpo l'opera principale del secolo in Medicina. Anche se questo è stato l'inizio di un epocale cambiamento, giacché l'utilizzo di un metodo più scientifico, e la correzione della Anatomia furono di contributo fondamentale all'evoluzione degli studi sul funzionamento del corpo umano, non rappresentava però il passo fondamentale che in seguito trasformò non solo la scienza ma anche la pratica medica: l'associazione dell'organo, e della sua lesione, alla malattia. Da Vesalio iniziò comunque una veloce e continua evoluzione di scoperte, che ebbero in lui la molla principale e da lui il mezzo principale (le Tavole) per poter avvenire. Il mondo accademico non reagì bene a tale cambiamento, gli fu ostile nel momento in cui egli rivoluzionò tutto quanto si sapesse della Anatomia e da secoli veniva insegnato da anziani professori. Proprio l'università ed il mondo accademico, che tanto si traveste da innovatore per opera paziente di personalità come il Vesalio, non ebbe imbarazzo nel ripudiare la nuova scoperta e nel vedere in lui un cambiamento che avrebbe fatto crollare la traballante impalcatura accademica dell'epoca. Proprio dal Silvio, il suo maestro parigino, gli vennero le accuse principali, con delle invettive scritte che addirittura chiedevano la sua elminazione. Seccato da questa immaturità dei suoi contemporanei, abbandonò tout court il mondo universitario, e accettò il più prestigioso incarico dell'epoca: divenne medico di corte dell' Imperatore del sacro romano impero. L'allontanamento dal mondo scientifico, pur se per un prestigioso incarico che avrebbe costituito l'invidia di chiunque, per un medico scienziato quale lui fu rappresentò però una triste evoluzione, non ottenendo il successo e la soddisfazione sperata. Dopo aver lavorato a corte in Germania, in seguito in Spagna, alla morte di Falloppio provò a rientrare nella cara Padova per continuare a respirare la vita universitaria e scientifica. Sfortunatamente, di ritorno da un pellegrinaggio a Gerusalemme, morì nell'isola di Zante, e fu sepolto in una comune tomba mai più ritrovata. Per la bellezza e importanza della sua opera, la sua mente, lo inseriamo a ben donde come figura fondamentale del mondo rinascimentale, primo protagonista del profondo rinnovamento che stava avvenendo nel mondo scientifico da quell'epoca e che non sarebbe più stato interrotto fino ai giorni nostri.

mercoledì 21 ottobre 2009

dalla Germania, dal Medioevo, una dottoressa: HILDEGARD VON BINGEN

In questo mese raccontiamo la storia di una monaca, dottoressa, musicista e teologa tedesca vissuta a Bingen in Germania nell' XI secolo.

Questa scelta deriva dall' intenzione di dare spazio anche all' universo femminile nel mondo della Medicina, e di raccogliere qualche testimonianza dal passato remoto, nostra grande passione. Finora abbiamo raccolto testimonianze dall'etá moderna, contemporanea, classica e persino da usi e tradizioni ancestrali a questa suddivisione del tempo, ma non avevamo ancora descritto qualcosa che venisse dal Medioevo. Non che quest' epoca sia oggi riconosciuta come momento di grande fermento intellettuale e scientifico, almeno in Europa, ma é senz' altro un momento interessante, in cui tutta l' ereditá del mondo classico é fortemente intrisa di elementi superstiziosi e popolari, propri di un momento dalla non chiara inquadrazione storica e dalla forte assenza di una guida scientifica. Da qui l'idea, appunto, che molte delle informazioni piú curiose proprio dagli autori di questo periodo possano venirci. purtroppo, ovviamente, non molti medici hanno avuto la fortuna di tramandarci le loro cure, sopravvivendo eccezionalmente solo i precetti di quei personaggi che hanno avuto altro ruolo al di fuori della medicina, come appunto Hildegard von Billigen.


Il contesto della Medicina nel Medioevo é anche temporalmente suddivisibile: in Europa, per tutto l'alto medioevo e fino al Concilio di Clermont nel 1130, la Medicina era materia di Monaci e Monache, che nei loro Monasteri ricopiavano testi medici della cultura latina, greca ed araba, ed anche applicavano quanto apprendevano: c' erano delle aree del monastero dedicate alla cura dei malati, e delle aree in cui venivano coltivate le erbe mediche. Unica eccezione in tutta Europa era la scuola di Salerno, che giá verso la fine del X secolo si rese famosa in tutto il mondo conosciuto perché veniva insegnata la Medicina, sia a uomini che a donne, sia a cristiani che a ebrei che a arabi. Importanti maestri furono Costantino l' africano e Ruggero Frugardi, i cui insegnamenti chirurgici si diffusero per secoli in tutta Europa. Da tutta Europa venivano studenti a studiare a Salerno, 5 anni sui Libri e poi 1 anno pratico prima di poter esercitare. Ancora una eccezione era l'insegnamento della Chirurgia, materia che rimarrá fino al Settecento esercitata da Barbieri e affini, branca parallela ma inferiore alla Medicina. Nel XII secolo peró la nascita delle Universitá trasformó l'insegnamento della medicina in una materia piu scolastica, spostandosi quindi lo studio di questa verso le Universitá. le piu importanti facoltá di medicina d'europa erano padova, bologna e parigi. in realtá pero l'insegnamento era assai sterile, perché si rifaceva al piu grande autore latino, Galeno, che peró tante inesattezze insegnava, ma che non potevano essere messe alla prova. anche il teatro anatomico di padova, del 1222, spesso davanti all'evidenza doveva comunque stare ai dettami di Galeno.

la Medicina scolastica fu presente per tutto il basso medioevo, fino al XVI secolo.


Le cure erano molto specifiche per il caso, paziente e disponibilitá di erbe mediche. Le prime Farmacie nacquero nel 1240 per ordine di Federico II e dovevano rispettare standard di qualitá e competenza da parte del farmacista. L'ospedale é per tutto il medioevo un luogo riservato alla povera gente: nobili e benestanti ricevevano a casa le visite del medico. Le uniche eccezioni erano alcuni pochi ordini cavallereschi, che costruirono i primi ospedali a Gerusalemme, Malta e Kos, il cui ruolo nell' assistenza medica ancora oggi é importante.


e torniamo dunque ad Ildegarda. nacque intorno al 1098, di nobile famiglia, fu sin da piccola ispirata alla vita religiosa, cui prese parte, in un chiostro di monache benedettine, a 14 anni, nell' area della valle del Reno, Bingen. Fu un personaggio molto apprezzato all'epoca, tanto da ottenere concessioni e rispetto anche dalle maggiori autoritá ecclesiastiche. Tutto il suo operoso e attento lavoro é contornato da una atmosfera di profonda misticitá, venendole incontro sovente delle Visioni divine, su cui montava le sue elucubrazioni filosofiche, di grande spessore, sul significato della Natura, Religione e Uomo, sull' inscindibilitá di queste tre entitá.

Riguardo alla Medicina e alla Biologia, ci sono pervenuti in realtá poche opere letterarie, soprattutto nessuna fonte diretta.

Lei è la prima dottoressa tedesca; aveva grande conoscenza, come monaca, delle principali erbe mediche giá note alle culture latina, greca ed araba, che nelle sue cure univa ai trattamenti superstiziosi locali, in un misto di esperienze esoteriche. Per l'ampissima conoscenza di piante, radici, erbe, estratti, é senza dubbio la madre dei rimedi e delle medicine naturali, oggi tornate di grande moda.

Non sappiamo se la sua concezione di un grande equilibrio del corpo umano con l'anima e la coscienza, per cui un male a livello dell'animo puó avere una conseguenza corporea, è causa o conseguenza di un caposaldo della filosofia della medicina cristiana, quello di individuare la malattia come una punizione e la cura come un castigo, un espiazione delle colpe, ampiamente ancora presente ai giorni nostri. Se anche lei avesse questa interpretazione non possiamo saperlo. Lei é peró un personaggio alquanto controcorrente rispetto all' Ortodossia del tempo, essendo una donna ed avendo un ruolo importante nell'ambito culturale, e occupandosi della sessualitá molto di piu di quanto la castitá del suo ruolo le potesse in realtá consentire. Oltre a problematiche filosofiche, religiose e mediche, si é interessata anche di altri aspetti della vita umana: é una importante autrice musicale, soprattutto di canti e cori, sono pervenuti a noi alcuni brani come la Sinfonia della armonia delle rivelazioni celesti, oltre ad altri brani musicali e testi e drammi liturgici. In piú si occupava di aspetti della vita quotidiana, per esempio descrive magistralmente il comportamento del cane:


Physica (PL VII, 20, coll. 1327D-1328A ; cfr. L. Moulinier, Le manuscript, p. 251)

"I l cane è molto caldo ed ha qualcosa di comune e di connaturato alle usanze degli esseri umani, ed è per questo che va d'accordo con loro e li comprende, si affeziona e sta volentieri in loro compagnia, ed è fedele; per questa ragione il diavolo odia il cane e ne ha paura, a motivo della sua fedeltà verso l'uomo. Il cane si accorge se un uomo nutre odio, se è in collera, se è cattivo, e allora ringhia contro di lui; e se comprende che in una casa vi sono odio e collera, ringhia a voce bassa fra sé e sé, e mostra i denti, per far vedere che è in collera. Allo stesso modo, se un uomo alberga in sé il tradimento, il cane gli mostra i denti, anche se quest'uomo e questo cane sono amici, perché il cane sente e comprende quello che accade all'interno dell'uomo. E se in una casa vi è un ladro, o qualcuno che progetta un furto, allora ringhia e diventa aggressivo nei suoi confronti, e si comporta con lui diversamente che con gli altri, gli va dietro e lo annusa, gli sta continuamente accosto, e in questo modo si può individuare il ladro. E talvolta ha il presentimento dei fatti e delle cose allegre e tristi che stanno per accadere all'uomo, e a seconda di che si tratta abbaia e attira l'attenzione; quando stanno per accadere cose allegre, scodinzola con allegria, e quando stanno per accadere cose tristi ulula con tristezza.


dopo la sua morte, nel 1179, fu fatta Santa, e oggi le sue Reliquie (tante) sono per lo piú reperibili in Eibingen. Le suggestive rovine del Monastero in cui viveva sono oggi visitabili, nella valle del Reno, in Germania.


fonti: Wikipedia in Tedesco, libri dell' autrice, brevi commentari italiani.

domenica 20 settembre 2009

UN MEDICO DI LUSSO: IL DOTTOR AXEL MUNTHE

L' ultimo appuntamento estivo della nostra Storia della Medicina riguarda un particolare personaggio del mondo medico degli inizi del 900, molto caro per le sue grandi doti professionali ed umane, autore di un bellissimo romanzo autobiografico, La Storia di San Michele, e grande amante di Capri, dove vi lascia una villa spettacolosa, oggi sede di un museo in sua memoria. La scelta cade su questo personaggio sia perché dal suo libro ci lascia intravedere la vita di un medico rispettabile agli inizi del XX secolo, a Parigi e in Italia, nonché informazioni di "cronaca" sulle questioni sanitarie dell'epoca, sia perché ci piace pensare al medico come un personaggio eclettico, amante della natura, dell'arte, della storia, della bella vita.


Il dottor Munthe è svedese, nasce nel 1857, ma studia Medicina a Parigi, città nella quale passa gran parte della sua giovinezza. Rimane molto legato alla sua terra natale, dove morrà ultranovantenne, e di dove ci narra moltissimi aneddoti sulle stranezze delle pratiche mediche lapponi e sulla selvaggità dei luoghi. Deve gran parte del suo successo alla formazione Parigina, che negli ultimi anni dell' 800 era senz' altro una delle migliori del mondo -sono sui maestri Labbè e Charcot- e che lo plasmeranno per sempre nell' interesse verso il lato psicologico del problema medico, cui attribuisce il principale ruolo nel successo medico.

Ma nel suo cuore c' è la selvaggia Capri, che visitò a 18 anni la prima volta, giungendovi a vela, incontrando un' isola molto diversa dall' attuale, dove gli abitanti di Capri non erano mai stati ad Anacapri e viceversa, isola frequentata solo dalle più grandi menti del tempo (Fritz Krupp, Compton Mc Kenzie, Edwin Cerio, Norman Douglas ...), un vero paradiso.

Inoltre un ambiente mite e scenografico come Capri, ricco di flora e fauna, rapirono il suo interesse, essendo oltre che medico un grande naturalista, ed infatti chi oggi visita la sua casa di Anacapri, la villa San Michele, immagina il dottor Munthe non come un medico ma come uno scienziato naturalista, classificatore di tutta la fauna indigena e di quella di passaggio durante le migrazioni.

Nel raccontarci l' esperienza parigina, parla del suo Studio, in casa, in una delle strade più eleganti di Parigi. Allora esisteva il Medico, che si occupava di tutta la medicina interna, ginecologia e pediatria, e poche figure professionali erano specializzate, come lo psichiatra, il chirurgo, il dentista e l' oculista. A suo dire, la maggior parte delle sue pazienti, soprattutto donne nobili di tutta Europa annoiate, sentiva il bisogno della cura del medico, piuttosto che soffrire di un quadro patologico ben definito.

In generale secondo il dottor Munthe il paziente vuole cure sicure e fiducia, non vuole veramente sapere quanto è malato, avrà fiducia nel suo medico come in Dio, è una questione di fede, insomma. Ed allora si trovava a curare soprattutto la "colite", termine generico che indicava un impreciso disturbo alla pancia, dell' apparato digerente. Fa sorridere il fatto che fino a poco tempo prima lo stesso quadro veniva definito come appendicite, finché dagli Stati uniti non si decise che la maggior parte delle Appendiciti erano acute ed andavano operate chirurgicamente. Ovviamente nessuna di queste pazienti soffriva veramente dell'appendicite come la conosciamo oggi.

Della Lapponia ci racconta invece di tecniche più vicine alla Magia che alla Scienza, per esempio due ranocchi cotti nel latte per dure ore sono buoni per la tosse, mentre dieci pidocchi, sempre bolliti nel latte, ma con abbondante sale, a digiuno, vanno bene per l'itterizia..

Di Napoli, di cui parla anche in un altra opera letteraria, Note di una Città dolente, ci racconta di un epidemia di Colera, che mieteva anche 1000 vittime al giorno, e lui si trovava a girare per tutte le case, di ricchi e di poveri, oltre che per conventi come quello delle Sepolte Vive, dove tutte le monache erano contagiate (e ci racconta anche di essere stato un fornicatore), curando con speciali preparati della Farmacia di San Gennaro.. una descrizione interessante di Napoli ad opera di un autore straniero.

Naturalmente il tributo maggiore nelle sue opere più che alla medicina va all' isola di Capri, data la sua bellezza, antichità romana e gli splendidi panorami. La sua Villa San Michele, sforzo di anni di duro lavoro come Medico, a Parigi e a Roma, è l'obiettivo principale della sua vita dove si ritira nella figura di scienziato, naturalista, medico eclettico che noi oggi ricordiamo.


fonte: Axel Munthe, La Storia di San Michele, Treves Treccani Tumminelli, MCMXXXIII.


giovedì 30 luglio 2009

Un medico criminale: il dottor Navarra

Il consueto appuntamento mensile con un articolo di Storia della Medicina questo mese è venuto un po' in ritardo in vista di numerosi impegni, anche importanti, degli Autori. Gli esami di uno, la Laurea Magistrale dell'altro, hanno levato tempo al nostro bellissimo blog. L'articolo da noi proposto è stato selezionato tra i migliori disponibili on the web che trattasse del dott. prof. Michele Navarra. La scelta di un medico contemporaneo, noto alle cronache per i suoi misfatti, è spunto di riflessione a proposito della grande commistione tra crimine ed alte cariche pubbliche presente nella Repubblica sin dalla sua nascita. In particolare è interessante perché tocca il mondo medico da vicino, sì che il pensiero dominante di molti di noi, e soprattutto dei futuri medici, giovani studenti, è che la scelta di tale professione elevi moralmente ed estranei da realtà che invece ci riguardano eccome. Anche i medici, invece, possono essere brutali criminali. Ancora interessante è come certe realtà, pur essendo forse intuibili, vengano però rese note, o accettate, o confermate alla popolazione sempre dopo, si che in vita queste persone ricevono grandi onorificenze, e solo una piccola minoranza chiassosa li accusa dei misfatti che invece verranno resi noti anni dopo la morte, quando ormai non resta di questi che un vago ricordo.
Ci sembra in realtà di ripetere Tacito, commentando in questo modo.


Michele Navarra (Corleone, 5 gennaio 1905 – 2 agosto 1958) è stato un criminale italiano.
Nato in una famiglia abbastanza ricca (il padre era geometra e maestro), primo di 8 figli, nel 1929 ottiene la laurea in medicina e chirurgia e nel 1930 si trasferì a Trieste in qualità di medico ausiliario. Nel capoluogo del Friuli-Venezia Giulia prestò anche servizio militare e dopo il congedo, avvenuto nel 1942 (poco dopo aver ricevuto la nomina di capitano dell'esercito), tornò nel paese natio dove esercitò la professione medica.
Negli anni Quaranta si legò a Cosa Nostra e divenne in breve tempo il capo indiscusso della famiglia di Corleone.
Dopo la seconda guerra mondiale nel 1947 costituisce col fratello una società di autolinee l'AST Azienda Siciliana Trasporti. Strumentalizzò le evoluzioni della politica regionale e nazionale e cercò appoggi tra i partiti: dopo avere appoggiato inizialmente la causa indipendentista, fece poi confluire i voti prima sul Partito Liberale e poi sulla Democrazia Cristiana.
Il 14 marzo del 1948, dopo un'iniezione fattagli da Navarra, morì Giuseppe Letizia, un pastore di 13 anni, unico testimone oculare del rapimento e dell'uccisione di Placido Rizzotto, il sindacalista eliminato da Luciano Liggio, all'epoca affiliato a Navarra.
Per questo duplice omicidio, per cui comunque non fu mai condannato, venne portato a Gioiosa Jonica (provincia di Reggio Calabria) ma grazie ad influenze politiche dopo pochi mesi poté ritornare a Corleone.
Intorno alla seconda metà degli anni cinquanta Navarra tentò di far assassinare Luciano Liggio che, pur facendo parte del suo clan, stava diventando troppo potente e gli contendeva il ruolo di boss. Infatti, Liggio subì un attentato all'interno di una masseria (si crede fossero presenti anche Riina e Provenzano) ma non si riuscì ad ucciderlo. La vendetta di Lucianeddu non si fece aspettare: il 2 agosto 1958 alle ore 15.30, sulla strada di ritorno da Prizzi a Corleone, Navarra fu massacrato insieme al suo accompagnatore dottor Giovanni Russo, a colpi di mitragliatrici Thompson e Breda mentre era alla guida della sua Fiat 1100 nera.
Finiva l'era di "u patri nostru" e iniziava quella dei cosiddetti "Viddani", che ad oggi, nonostante la cattura di Bernardo Provenzano, non sembra conclusa. I "Viddani" vengono identificati proprio in Luciano Liggio - vero cognome era "Leggio" ma un brigadiere trascrisse Liggio nei verbali dei carabinieri - , Riina e Provenzano: saranno loro a scatenare la seconda guerra di mafia.
Navarra, medico e primario ospedaliero, fu politicamente molto disinvolto, prima simpatizzante separatista, quindi liberale e infine democristiano. Fu insignito del cavalierato della Repubblica nel giugno 1958 dal presidente della repubblica Giovanni Gronchi.

(fonte Wikipedia ITALIA)

martedì 30 giugno 2009

NO SOUVENIRS

Nell'idea che per storia si affronti sempre un confronto tra due differenti realtà spaziali e temporali, occupandoci della Storia di una Disciplina oggi attuale, decidiamo di pubblicare un articolo che si rifà assolutamente ai nostri giorni.

Pur andando ricercando infatti negli archivi più polverosi spunti utili per i nostri approfondimenti, spesso molte cose interessanti si trovano sulla nostra scrivania in una rivista settimanale e internazionale come Time.

L'articolo che di seguito pubblichiamo, è stato infatti pubblicato su Time nel mese di Maggio 2009. Quello che troviamo interessante, è come possa essere differente oggi la Chirurgia, disciplina che in passato, fino a meno di 200 anni fa, non raggiungeva la dignità intellettuale della medicina,

venendo spesso relegata ad artigiani, barbieri e cavadenti, contornata da un' elevata mestizia e mortalità.

In quest'articolo leggiamo infatti il più ultimo ausilio tecnologico per scongiurare il pericolo che una benda o altro possano rimanere nella nostra pancia dopo un intervento. Un tempo il più grande augurio che si potesse chiedere, invece, prima di un intervento chirurgico, era di non morire sotto i ferri o rimanere gravemente mutilati. L'arte del chirurgo era correlata con la capacità di tagliare in quanto meno tempo possibile, non con la finezza dell'operazione. I chirurghi sfoggiavano camici sporchi di sangue, onore e merito accumulato dopo anni e anni di esperienza, mentre oggi l'antisepsi richiede una rigida pulizia del campo, con utilizzo di materiale pressoché sterile. Colpisce quindi quanto sia cambiato l'approccio alla chirurgia, l'esito della stessa, se oggi un sistema con onde radio è messo in pratica per evitare il rischio di dimenticare qualcosa nella pancia. Un cambiamento radicale, sia nelle tecnologie impiegate, sia nell'aspettativa dell'intervento, nel suo successo, che lascia svettare la Chirurgia nella vetta più alta dell'innovazione e nel successo della medicina. E pensare che Ippocrate richiedeva che si giurasse di non effettuare operazioni chirurgiche per i calcoli, tanto erano pericolose e dolorose.

Riportiamo l'articolo in inglese, lingua ecumenica al nostro secolo della scienza, oltre che originale dell'articolo, comunque reperibile sul sito originale del Time.



Patients who undergo surgery aren't keen on souvenirs. Most draw the line at a scar. But some will go home with an internal takeaway — a surgical sponge left inside them. The majority of U.S. hospitals still use traditional sponges that nurses count manually. (They also count instruments.) But an increasing number have switched to more technologically sophisticated sponge systems that automate the counting to enhance patient safety.

This spring, Memorial Sloan-Kettering Cancer Center (MSKCC) in New York City became the first hospital to switch to the SmartSponge System — a technology that features chip-embedded sponges — created by ClearCount Medical Solutions, a five-year-old company in Pittsburgh, Pa. It relies on radio-frequency identification (RFID) technology. "Ours is the only FDA-cleared system that uses radio-frequency identification to both count and locate surgical sponges," says David Palmer, ClearCount's CEO. He expects revenues to reach $8 million this year and $27 million in 2010.

Using ClearCount's system, nurses scan packages of sponges before an operation. The technology verifies and counts each sponge's internal chip, recording the total in an In column on a display monitor. Used sponges are tossed — either singly or in a compressed wad — into a receptacle with a built-in sensing device that again verifies each chip and tallies the Outs. Ideally, the figures in those two columns match. If not, the number of missing sponges appears in a third column, aptly titled Find. That's a signal to spring for the wand, which digitally homes in on sponges still inside the patient.

For surgical nurses charged with counting sponges, the device has promise. "Nurses are willing to embrace new technology as long as it doesn't complicate their work flow or compromise the timing and sequence of their counting," says Steven Fleck, ClearCount's co-founder and CTO. At MSKCC, the prospect of improved patient safety and work efficiency won over Michelle Burke, director of perioperative services, and her staff. "One surgeon even tested the detection system for himself by hiding sponges in a corner of the operating room, and the technology located them," says Burke, who bought 21 of the $15,000 devices.

Large hospitals house 20 to 30 operating rooms and go through hundreds of thousands of sponges a year. Burke acknowledges that adopting the system will significantly escalate sponge costs, but for hospitals there's a cost-benefit trade-off. Using ClearCount sponges increases the cost of each surgical procedure by an average of $30. Yet the cost of surgical miscues may make the use of systems like ClearCount's a relative bargain. In 2008 the Centers for Medicare and Medicaid Services stopped reimbursing hospitals for some of the patient care tied to preventable complications, like those caused when objects are left inside patients during surgery. "Many hospitals have begun to more seriously address these 'never events' — as in 'never should happen,'" says ClearCount's Palmer. "There is a high cost — delays in the surgical schedule, as well as litigation and bad publicity — when hospitals do not take proactive measures."

At a hospital where 30,000 operations are performed a year, having three or four of these incidents annually is not uncommon, says Dr. Atul Gawande, a surgeon at Brigham and Women's Hospital in Boston, who has researched medical errors linked to surgical sponges. "Our studies show that automated sponge-counting systems make things markedly safer," he says. He believes these systems will be standard within five or 10 years.

ClearCount is banking on it. During the past year, the company has sent its SmartSponge System for evaluation to three dozen hospitals, several of which have committed to buy it. The company expects a similar response next year when it expands globally.

Sponges are yet another promising area where RFID has popped up in hospitals. ClearCount plans to expand its tracking to surgical instruments. And more applications await — for instance, ensuring that blood products are delivered with complete accuracy by equipping patients with an RFID device. After all, the first rule of medicine is to do no harm.